Ieri sera un amico mi ha parlato di John Nash.
Ovviamente, di primo acchito, il ricordo è andato immediatamente allo splendido film che racconta la storia (un po’ romanzata) del matematico.

Nonostante la mia comprovata difficoltà con la matematica in genere, la stessa mi affascina tantissimo soprattutto grazie all’amore che nutriva mio zio per la disciplina, tanto da dedicargli tutta la sua vita; sia di ricerca – per le sue amate pubblicazioni - che di lavoro – per l'attività di professore presso l’università della mia città.
Non c’era domenica in cui, camminando insieme nei boschi, lui non mi parlasse dei numeri e di come giocando con essi si potevano fare e vedere un sacco di cose….
Mi ricordo ancora quando, d’estate, vestito sempre da buon trentino, con pantaloni di velluto e camice a scacchi, cercava di aiutarmi con funzioni, derivate e altri “gazzebugli” che per lui erano barzellette, per me, invece, tediosi compiti, di difficile soluzione.
Se mi è rimasta la voglia di conoscere, se pur limitatamente e superficialmente le questioni matematiche, se rimango folgorata ed estremamente affascinata dal mondo dei numeri è grazie a lui, che mi ha fatto amare una materia, ostica a tanti, parlandomi sono dei lati positivi della stessa.
Lo ricordo sempre con nostalgia, attraverso le parole di tanti suoi ex studenti, lo rivedo con piacere tenere le lezioni grazie alle videocassette registrate dalla facoltà, attraverso i suoi scritti divenuti pubblicazioni, nati in mezzo ai prati, mentre noi bambini correvamo e lui ci guardava da dietro i suoi occhiali, con le maniche della camicia tirate su e quel sorriso d’amore, sincero, che mai scorderò.
Ma torniamo a Nash vorrei capire a grandi linee i suoi studi…
ieri, questo mio amico mi parlava della teoria dei giochi …. e quindi, oggi, per la mia solita curiosità, mi sono informata ... ecco un sunto di quanto ho trovato.
Nel modello della "Teoria dei Giochi", tutti devono essere a conoscenza delle regole del gioco, ed essere consapevoli delle conseguenze di ogni singola mossa. La mossa, o l'insieme delle mosse, che un individuo intende fare viene chiamata "strategia".
In dipendenza dalle strategie adottate da tutti i giocatori, ognuno riceve un "pay off" (letteralmente il pagamento d'uscita, o meglio la vincita finale) secondo un'adeguata unità di misura, che può essere positivo, negativo o nullo.
Un gioco si dice "a somma costante" se per ogni vincita di un giocatore c’è una corrispondente perdita per altri.
In particolare, un gioco "a somma zero" fra due giocatori rappresenta la situazione in cui il pagamento viene corrisposto da un giocatore all'altro.
La strategia da seguire è strettamente determinata, se ne esiste una che è soddisfacente per tutti i giocatori; altrimenti è necessario calcolare e rendere massima la speranza matematica del giocatore, che si ottiene moltiplicando i compensi possibili (sia positivi sia negativi) per le loro probabilità
La prima formulazione di questo teorema, che costituisce la nozione di equilibrio più famosa della teoria dei giochi per quel che riguarda i "giochi non cooperativi", appare in un brevissimo articolo del 49 dove Nash, ancora studente, spiega la sua idea di fondere intimamente due concetti apparentemente assai lontani: quella di un Punto fisso in una trasformazione di coordinate, e quella della strategia più razionale che un giocatore può adottare, quando compete con un avversario anch'esso razionale, estendendo la teoria dei giochi ad un numero arbitrario di partecipanti e dimostrando che, sotto certe condizioni, esiste sempre una situazione di equilibrio, che si ottiene quando ciascun individuo che partecipa a un dato gioco sceglie la sua mossa strategica in modo da massimizzare la sua funzione di retribuzione, sotto la congettura che il comportamento dei rivali non varierà a motivo della sua scelta (vuol dire che anche conoscendo la mossa dell'avversario, il giocatore non farebbe una mossa diversa da quella che ha deciso).
Un gioco è caratterizzato da un insieme di giocatori e un insieme di strategie. L'insieme contiene le strategie che il giocatore ha a disposizione, cioè l'insieme delle azioni che esso può compiere; che associano ad ogni giocatore il guadagno (detto anche pay-off) derivante da una data combinazione di strategie (il guadagno di un giocatore in generale dipende infatti non solo dalla sua strategia ma anche dalle strategie scelte dagli avversari).
Un equilibrio di Nash per un dato gioco è una combinazione di strategie
Se un gioco ammette almeno un equilibrio, ogni giocatore ha a disposizione almeno una strategia dalla quale non ha alcun interesse ad allontanarsi se tutti gli altri giocatori hanno giocato la propria strategia.
Infatti se il giocatore gioca una qualunque strategia a sua disposizione diversa, mentre tutti gli altri hanno giocato la propria strategia, esso può solo peggiorare il proprio guadagno o, al più, lasciarlo invariato.
Se ne deduce quindi che se i giocatori raggiungono un equilibrio di Nash, nessuno può più migliorare il proprio risultato modificando solo la propria strategia, ed è quindi vincolato alle scelte degli altri.
Poiché questo vale per tutti i giocatori, è evidente che se esiste un equilibrio di Nash ed è unico, esso rappresenta la soluzione del gioco, in quanto nessuno dei giocatori ha interesse a cambiare strategia.

Il contributo più importante dato da Nash alla teoria dei giochi è la dimostrazione matematica dell'esistenza di questo equilibrio. In particolare egli ha dimostrato che ogni gioco finito che ammetta strategie miste ammette almeno un equilibrio di Nash, dove per gioco finito si intende un gioco con un numero qualunque ma finito di giocatori e di strategie, e per strategia mista si intende un sottoinsieme di strategie a ciascuna delle quali l'agente associa una data probabilità e che sceglierà secondo quest'ultima.
Poiché la maggior parte dei giochi soddisfano queste condizioni, è praticamente sempre possibile prevedere il comportamento dei giocatori: essi giocheranno un equilibrio di Nash, e se esso è unico, l'esito del gioco è noto a priori.
In realtà ci sarebbero molti aspetti da approfondire, soprattutto collegati con gli sviluppi a livello economico che gli sono valsi il nobel, ma non sono sufficientemente all’altezza per poter comprendere la finezza dei suoi studi, mi limito ad aver riportato e capito a carattere generale quanto postato in questo blog relativamente alla teoria dei giochi e all’equilibrio.

Recentemente ho avuto occasione di vedere FUR, il film che racconta la storia romanzata di Diane Arbus.
La pellicola, diretta da Steven Shainberg racconta la vita della fotografa conosciuta come “la fotografa dei mostri”. Interpretata magnificamente da Nicole Kidman, attrice che amo particolarmente e che apprezzo per le scelte cinematografiche che fino ad ora ha fatto, il personaggio di Diane mi ha incuriosito moltissimo, tanto da approfondire molto la sua biografia e i suoi lavori.
Ecco alcune informazioni tratte da internet:
Diane Nemerov nasce a New York nel 23 da una ricca famiglia ebrea di origine polacca, proprietaria della celebre catena di negozi di pellicce, chiamata "Russek's. La piccola vive, fra agi e attente bambinaie, un'infanzia iperprotetta, che forse sarà per lei l'imprinting d'un senso di insicurezza e di allontanamento ideologico dal mondo ricco ricorrente nella sua vita.
All'età di quattordici anni incontra Allan Arbus, che sposerà appena compiuti i diciotto, nonostante l'opposizione della famiglia: avranno due figlie: Doon ed Amy.
Dal marito Diane impara il mestiere di fotografo, lavorano insieme nel campo della moda per riviste come Vogue, Harper's Bazaar e Glamour.
La vita comune dei coniugi Arbus è segnata da importanti incontri, essendo essi partecipi del vivace clima artistico newyorkese, soprattutto negli anni '50 allorché il Greenwich Village diviene un punto di riferimento per gli artisti.
In quel periodo Diane Arbus incontra, oltre ad illustri personaggi come Robert Frank e Louis Faurer (per citare, fra i tanti, solo coloro che l'avrebbero più direttamente ispirata), anche un giovane fotografo, Stanley Kubrick, che più tardi da regista in "Shining" renderà a Diane l'omaggio una celebre "citazione", nell'allucinatoria apparizione di due minacciose gemelline.
Nel 1957 il divorzio dal marito e la voglia di Diane di dedicarsi ad una ricerca più personale.
attratta da immagini più reali ed immediate. Diane studia e inizia a ricercare immagini e spazi in luoghi (fisici e mentali), che da sempre erano per lei stati oggetto di divieti, mutuati dalla rigida educazione ricevuta. Esplora i sobborghi poveri, gli spettacoli di quart'ordine spesso legati al travestitismo, scopre povertà e miserie morali, ma trova soprattutto il centro del proprio interesse nell' "orrorifica" attrazione che sente verso i freaks. Affascinata da questo mondo oscuro fatto di "meraviglie della natura", in quel periodo frequenta assiduamente il Museo di mostri Hubert, e i suoi spettacoli da baraccone, i cui strani protagonisti incontra e fotografa in privato.
E' solo l'inizio di una indagine volta ad esplorare il variegato, quanto negato, mondo parallelo a quello della riconosciuta "normalità", che la porterà, appoggiata da amici quali Marvin Israel, Richard Avedon, e in seguito Walker Evans (che riconoscono il valore del suo lavoro) a muoversi fra nani, giganti, travestiti, omosessuali, nudisti, ritardati mentali e gemelli, ma anche gente comune colta in atteggiamenti incongrui, con quello sguardo al tempo stesso distaccato e partecipe, che rende le sue immagini uniche.
Nel 1963 riceve una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim, ne riceverà una seconda nel 1966. Riuscirà a pubblicare le sue immagini su riviste come Esquire, Bazaar, New York Times, Newsweek, e il londinese Sunday Times, spesso sollevando aspre polemiche; le stesse che accompagneranno nel 1965 la mostra al Museum of Modern Art di New York "Acquisizioni recenti",.
Diane Arbus si toglie la vita il 26 luglio 1971, ingerendo una forte dose di barbiturici e incidendosi le vene dei polsi.

Il film inizia con l'invasione dei draghi del mondo umano, qualcosa o qualcuno ha spezzato l'equilibrio di "terramare". Infauste le conseguenze: muoiono gli animali, il raccolto è compromesso, gli uomini impazziscono e i figli uccidono i padri. Arren giovane principe di Enland colpevole di parricidio, fugge dal castello inseguito e tormentato da un'ombra, la sua parte oscura e malvagia. L'incontro con un mago, Sparviere, di un ex sarcedotessa Tenar e di un'orfana Therru sarà basilare per l'evolversi della storia. Insieme, infatti, scopriranno le cattiverie di Aracne, un antico mago che brama la vita eterna. Il film realizzato dallo studio Ghibli e creato da Goro Miyazaki, figlio di Hayao, di cui ho già parlato su questo blog per 3 film (la principessa Mononoke, il castello errante di Howl e la città incantata) è al suo debutto animato basato su la saga di Ursula Le Guin, "Earthsea". Per ora, il mio commento è quello di incoraggiamento nel seguire le orme del padre, anche se, questo film, non mi è piaciuto moltissimo per lentezza e mancati collegamenti allo stesso filo conduttore narrativo. Al momento, Hayao rimane insuperabile.
In questi giorni - seguendo il suggerimento di un amico - ci siamo guardati tre film di animazione di Hayao Miyazaky che - onestamente - ignoranza mia - prima della scorsa settimana non avevo la più pallida idea che esistesse e di chi fosse.
Dunque i film erano: Il castello errante di Howl (2004) - La città incantata (2001) e - la principessa Mononoke (1997).
Disegni, paesaggi e musiche da sogno, metafore e significati con diverse chiavi di lettura a seconda dello spettatore e delle esperienze della vita che hanno interessato il regista tra cui il dramma della guerra e della bomba atomica.
Paragonandolo al mondo letterario (e qui chiedo scusa agli esperti se dico un'idiozia) mi verrebbe in mente solo "la metamorfosi" di Kafka, non c'è stata volta in cui lo abbia letto che sia stato capace di darmi le stesse emozioni o la stessa lezione, ogni volta qualcosa di diverso, un particolare che acquista più importanza, di altri. Significati importanti dati senza pesare troppo sulla coscenza, attraverso una storia divertente, fluida, "leggera".
Denominatore comune in tutti e tre i film è l'attenzione accentuata sulle tematiche ambientali, all'utilizzo malsano e spasmodico della tecnologia e, per due in particolare alla battaglia.
In ogni film ci sono personaggi impersonati da creature soprannaturali che insegnano all'uomo come vivere e quali valori seguire e difendere, magari dimenticati, sottovalutati o "umanamente" persi per sempre. Importantissime le relazioni interpersonali, la lealtà e l'amore.

Il castello errante di Howl - tratto da un romanzo scritto da Diana Wynne Jones - il protagonista è un castello che cammina, un'accozzaglia di strani materiali assemblati insieme (per me fantastico, davvero, mi è piaciuto tantissimo proprio per l'immagine che trasmette) che si regge su quattro zampe da ragno meccanico e si sposta grazie alla forza di Calcifer, un simpatico fuoco, per paesaggi sublimi per proteggere il suo regno dalla guerra. La guerra, ossessione di Miyazaki, segnato come tanti artisti giapponesi dalla tragedia della bomba atomica, compare qui sullo sfondo lasciando spazio ad una strana, bellissima, storia d'amore tra Sophie e il misterioso mago di Howl insegnandoci che l'amore va al di là della bellezza intesa come canone stilistico e che è lo stesso che darà un lieto fine alla storia e sarà più forte della guerra.

La città incantata - Costretta di malavoglia a traslocare con i genitori in un’altra città, Chihiro si presenta come una bambina capricciosa e testarda alla quale il destino ha deciso di giocare uno strano scherzo.Fermatasi infatti in un luogo misterioso con i genitori durante il tragitto verso la nuova città si ritroverà catapultata in una realtà assurda e fantastica, in un mondo popolato da strani spiriti con la quale la bimba dovrà imparare a convivere procurandosi il 'lavoro' che qui la renderà 'utile' e che così la metterà al sicuro dalla possibilità di essere trasformata in un maiale, e poi mangiata. Derubata dalla strega Yubaba del proprio nome, la piccola, che ora si chiama Sen, dovrà tirar fuori tutto il suo coraggio e la sua spontaneità per cercare di tornare a casa insieme agli amati genitori, tenuti progionieri con un crudele incantesimo. Grazie all’aiuto degli amici che incontrerà sul proprio cammino, la ragazzina acquisterà molto più che la semplice libertà, e scoprirà che la vera richezza degli esseri viventi, umani e non, è celata nel profondo, e che la barriera tra bene e male può in realtà essere sottile quanto un semplice foglio di carta.
Fondamentale in questo film è il significato che diamo ad un nome ... che cos'è in realtà? Una parola associata ad una persona, un suono che ci aiuta ad identificare una persona, ma quell'insieme di lettere fa del soggetto un UOMO? Cosa accadrebbe se non avessimo più un nome, se ci fosse rubata la nostra identità? Il film spazia dal tema dell’identità interiore a quello della forma sapientemente intriso da un grande spirito religioso, tanto da essere ambientato nella città degli dei dove gli spiriti acquistano le fattezze della propria natura.

La principessa Mononoke - un giovane guerriero è costretto ad uccidere un cinghiale-demone diventato pazzo a causa di una ferita di arma da fuoco. Ferito dall'animale, il giovane deve lasciare il suo villaggio per evitare ai compaesani la maledizione del Demone che lo porterà a morte certa. Durante il suo viaggio si imbatte nella giovane San, allevata dai lupi e chiamata Principessa Mononoke,e nei suoi nemici umani, guidati da Lady Eboshi, volitiva leader di un villaggio che basa la sua esistenza sulla fabbricazioni di armi da fuoco e che ha come obiettivo la distruzione delle foreste per far posto all'allargamento della sua città "industriale". Concentrato sul ruolo del progresso a discapito della natura che viene schiacciato e soffocato dagli umani e sul valore della foresta e della natura che lotta per non essere cancellata.

BIOGRAFIA DA INTERNET - Attuale, lontano dalle facili ideologie, antimilitarista, raffinato, melodrammatico e sentimentale, grande intrattenitore di tutti - la sua semplicità e la chiarezza delle sue fiabe sono coinvolgenti, emozionanti struggenti in certi momenti. In esse troviamo tutte le tematiche a lui più care: dai temi naturalistici e ambientalisti, alla critica al progresso senza freni, passando per il pacifismo più tenace e convinto. Ciò che lui racconta colpisce l'emotività e non la razionalità delle persone: è come se il disegno entrasse in circolo, nel cuore e nel cervello dello spettatore, e non andasse mai via, anche a distanza di anni. Le persone sono così portate a identificarsi con una piccola bambina viziata che entra a servizio di una strega dalla testa enorme, con una principessa che protegge la natura, con il più grande ladro del mondo e anche con una streghetta che deve dimostrare che quello è il suo "mestiere" più appropriato. Nei suoi film, Miyazaki dà sfogo alla sua creatività e alla sua fantasia, bilanciando il ritmo del film che, a ragion di forza, può essere anche interpretato come un film intimista, a volte anche privo di azione e autobiografico. Il tentativo di adoperare dei disegni semplici e di contrapporre l'uomo alla natura (alla ricerca di un'armonia perduta) ha tracciato veramente una strada nel mondo dell'animazione della Settima Arte, sdoganando quella giapponese in particolare. Di fronte a un film di Miyazaki, non siamo mai di fronte a una semplice favola di stampo disneyano. Ci sono valori, magia, crescita, rappresentazioni a volte crudelmente realistiche, ma ricche di filosofia, spiritualità, poesia tipiche del popolo del Sol Levante. Un mondo da sogno.
Figlio di un dirigente della fabbrica di aerei di famiglia e di casalinga per lungo tempo costretta a stare a letto a causa di una grave tubercolosi spinale (la donna nel 1947 fu infatti ricoverata in ospedale per ben 9 anni), Hayao trascorre tuttavia tranquillamente la sua infanzia. Nel 1959, si iscrive al liceo Toyotama, dove scopre la bellezza dei manga e delle anime, nonché il piacere del disegno. Dopo la laurea in Scienze Politiche ed Economia, nel 1963, e dopo aver militato a lungo in un sindacato di sinistra, decide di diventare un disegnatore e si fa assumere dallo studio Toei, dove conosce la moglie Akemi Ota, anche lei animatrice, che sposerà nell'ottobre del 1965 e dalla quale avrà due figli (anche loro disegnatori). Si fa notare per aver proposto un miglior finale per il film Gariba no uchu ryoko (1965) e, alcuni anni più tardi, viene promosso ad animatore capo e concept artist (creatore di personaggi e scenari) per il film di Isao Takahata Horus – Principe del Sole.
Con Takahata collabora per molto tempo, alternando l'animazione alla pubblicazione di manga come "La tribù del deserto" (1969-70) e poi, i due assieme a Yoichi Kotabe, si sposteranno, nel 1971, alla A-Pro, dove dirigeranno alcuni episodi della prima serie di Lupin III. Nel 1973, Miyazaki e Takahata entrano nel progetto World Masterpiece Theater, nella parte legata all'organizzazione di serie animate relative ai più famosi libri per l'infanzia di tutto il mondo. A Miyazaki, in particolare, furono affidati: Heidi (1974), Marco - Dagli Appenini alle Ande (1975) e Anna dai capelli rossi (1979). Alla fine degli anni Settanta, dopo aver animato Rascal, il mio amico orsetto (1977), Miyazaki lascia l'amico per produrre e dirigere Conan, il ragazzo del futuro (1978) che spopolerà in Italia. È il 1979 la data del suo primo lungometraggio: Il castello di Cagliostro, uno dei film dedicati a Lupin III, del quale diresse anche due episodi della seconda serie tv. Nel 1982, invece, la Rai coofinanzia la serie Il fiuto di Sherlock Holmes, della quale dirige 6 episodi.
Nello stesso anno, la rivista ANIMAGE, che aveva cominciato a pubblicare il suo manga "Nausicaä della Valle del Vento", riuscì a convincerlo a farne un film. Prodotto da Takahata per lo studio Topcraft, l'omonimo anime esce nelle sale nel 1984. Il successo ottenuto dal film gli permise di compiere un grandissimo passo avanti, vale a dire, fondare uno studio tutto suo. Così, nel 1985, da Miyazaki e di nuovo Takahata, nasce lo Studio Ghibli (dal nome dell'aereo italiano della Seconda Guerra Mondiale, omaggio a sua volta di un vento caldo che soffia nel deserto del Sahara). Libero, finalmente, di dare sfogo alla loro immaginazione, il nostro autore sforna Laputa – Castle in the Sky (1986), che narra l'avventura di due ragazzi sulle tracce di un'isola che fluttua nel cielo, successivamente seguito da My Neighbor Totoro (il cui essere magico protagonista della storia sarà scelto come logo dello Studio), favola molto acclamata in patria. Nel 1989, arriva Kiki's Delivery Service, il cui successo è determinante per la grande espansione dello Studio Ghibli che infatti assume nuovi collaboratori e stabilisce nuove politiche di marketing, trasformandolo in un artista popolare e autonomo, così come sono popolari e autonome le sue regie, che non difettano certo di sintassi e scrittura. Miyazaki mette in risalto l'interiorità del personaggio e, in mezzo a tanti buoni cartoni che funzionano e tanti brutti cartoni che egualmente funzionano, ci prende la mano e ci porta in un altrove misterioso, proponendoci l'alternativa: un'animazione che è arte astratta, distante psicologicamente dai canoni occidentali e ripulita di canzoncine cui eravamo abituati. Diventa una pietra miliare del cinema, degno di stare accanto (e non subordinato come qualcuno vorrebbe imporci) a grandi registi del '900, sempre intento a migliorarsi e a firmare alcune delle pagine più belle della storia della Settima Arte.
Dopo Porco Rosso (1992), Miyazaki si impegna anche solo come sceneggiatore e produttore per altri autori, approfittando di questo per ultimare la lavorazione di Princess Mononoke (1997), pluripremiato in patria e che gli diede la spinta necessaria per dichiarare che, da quel momento in poi, si sarebbe dedicato esclusivamente ad altri impegni lavorativi all'interno dello Studio, lasciando la regia ai giovani autori. Fortunatamente, non lo fece e nel 2001, ritornò sui nostri grandi schermi con il suo capolavoro, La città incantata, vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino (era la prima volta che un cartone animato vinceva un premio così ambizioso), nonché Oscar per il miglior lungometraggio di animazione. Commosso per il riconoscimento, Miyazaki capisce che non è ancora tempo per mettersi da parte e nel 2004 dirige Il castello errante di Howl, tratto da un libro di Diana Wynne Jones.
Meritatamente, nel 2005, il Festival di Venezia gli dona il Leone d'Oro alla carriera, ma i premi che costellano la sua carriera sono infiniti. Eccolo dunque, il padre di un'animazione che, nel momento dell'impatto con lo spettatore, è violenta, imperiosa, drammatica, straordinaria e singolare, estremamente rifinita su più livelli che non si contrappongono mai, ma sono evoluzioni sempre più complesse, il cui unico scopo è quello di esprimere combinazioni e sfaccettature. La rivincita di una natura selvaggia e incontaminata, l'assenza dei cattivi di turno, l'approfondimento psicologico dei personaggi, la sublime tecnica realizzativa, l'abilità nell'alternare scene melanconiche a momenti leggeri e divertenti, ne fanno un maestro tanto eccelso da essere immortale.
Il sentimento amoroso, l'umorismo, la passione per le macchine voltanti e per il nonsense, serialità e genio, ma soprattutto quella solarità che emerge dai suoi disegni che ti girano intorno, ti danno conforto, ti entrano dentro in punta di piedi e si installano proprio lì, dove batte il cuore, ne fanno un personaggio poetico. Non aspettatevi storie che sono lo specchio della nostra epoca, Miyazaki va oltre e, con il suo pessimismo, ci mostra la realtà che "forse" sarà. Nonostante la veneranda età è un artista giovane che riesce a esprimere con parole, immagini, colori, vestiti e scenografie se stesso, anche quando potrebbe rimanere in ombra. Continuerà a disegnarci il cuore, vedrete.

ieri sono andata al cinema dopo più di un anno che non entravo in una sala cinematografica......ero come una bambina emozionata, ci avevo rinunciato perchè mi dispiaceva lasciare Misha a casa da sola perchè potevo godermela bene solo la sera, dopo il lavoro e uscire era come privarmene.... ACCIDENTI - che delusione... tutti che sgranocchiano compulsivamente quei poveri pop - corn o merendine dolci, litri di bevande bevute con cannuccia e relativo risucchio..... temperatura infernale perchè - durante la proiezione- l'aria condizionata viene spenta..... pubblicità a "nastro" prima della proiezione.... CHE SCHIFO! Preferisco continuare a noleggiarli e a vederli a casuccia mia - che sto meglio - e posso guardarli insieme alla mia lupona!
Questo w-end vista la pioggia continua ci siamo rinchiusi a casa con qualche film. L'unico che mi ha lasciato qualcosa su cui riflettere è BLOOD DIAMOND in cui, come è facile dedurre, si parla dei conflitti, degli interessi e degli intrighi che ruotano dietro al traffico illegale di diamanti.
L'inquadratura si ferma su vari aspetti, dallo sfruttamento dei terreni, alle sevizie sulle popolazioni, al fenomeno TERRIBILE dei bambini soldato, ai campi profughi, alla corruzione e al giornalismo sul fronte di guerra.
Lo scenario è quello della Sierra Leone e della guerra civile degli anni 90. Protagonisti principali un ex mercenario dello Zimbabwe e un pescatore di Mende, entrambi africani, con due tipi di vita completamente opposti l'uno all'altro.
Le loro sorti si incroceranno dando al via ad una serie di avventure ... entrambi vogliono qualcosa a cui loro stessi danno un valore immenso, uno vuole riunire la sua famiglia tragicamente divisa dai ribelli, l'altro insegue un diamante per ricominciare una vita che non ha mai potuto avere. Un aiuto fondamentale sarà dato loro dalla giornalista Maddy che cerca di scrivere un pezzo sul traffico dei "diamanti insanguinati" che, alla fine, sarà oggetto di denuncia e di aiuto per far trovare dai "grandi " del G8 soluzioni per salvaguardare i paesi e le popolazioni coinvolte.
regia di Edward Zwick, recitano Leonardo DiCaprio - Jennifer Connelly - Djimon Hounsou
La cosa che più mi ha colpito è la piaga dei bambini soldati di cui ho più letto su riviste italiane. Questo argomento l'ho voluto approfondire oggi su internet (vi rimando ad un sito http://www.bambinisoldato.it/) in cui è possibile farsi un'idea chiara sul fenomeno e, ancora, da Amnesty interanational:
Alcuni minori si arruolano “volontariamente” per sopravvivere, in paesi devastati economicamente dai continui conflitti o proteggersi dalle violenze oppure per il desiderio di vendicarele atrocità perpetrate contro la propria famiglia o comunità. Sono tuttavia in aumento i casi di minori rapiti e costretti all’arruolamento con violenze fisiche e psicologiche. In Uganda del nord, i ragazzi rapiti dall’LRA (Esercito di liberazione del Signore), un gruppo armato con basi nel sud del Sudan, subito dopo il rapimento vengono “iniziati” con la partecipazione forzata ad un’azione violenta - l’uccisione di un familiare o un altro bambino colpevole di aver tentato la fuga o di disobbedienza. Questo atto, oltre a terrorizzare i ragazzi, fa superare il tabù dell’omicidio e crea sensi di colpa che legano psicologicamente i ragazzi al gruppo armato.
Il 40% dei bambini soldato è costituito da ragazze e bambine. Le bambine vengono rapite a 7, 8 anni e in genere sono impiegate come sguattere, costrette a cucinare, a raccogliere legna e acqua per i guerriglieri. Una volta raggiunta la pubertà, sono costrette a prestazioni sessuali - a volte una ragazza deve ‘soddisfare’ più soldati della base - e di frequente contraggono malattie a trasmissione sessuale e l’AIDS.
I bambini vengono trattati spesso con brutalità e le punizioni per eventuali errori sono molto severe. Il tentativo di fuga viene punito con la prigione se non con esecuzioni sommarie. Oltre al rischio ovvio di morire od essere feriti in modo grave durante i combattimenti, la fase di crescita rende i bambini particolarmente vulnerabili ai rigori della vita militare. Le loro schiene e spalle possono deformarsi per il peso delle armi. Il poco conto in cui sono tenuti fa si che siano gli ultimi beneficiari delle scarse risorse ali-mentari per cui spesso sono malnutriti e a causa delle pessime condizioni igieniche, soffrono di infezioni respiratorie, cutanee, alimentari. Sono inoltre frequenti malattie sessuali e AIDS.
Le malattie fisiche non sono l’unica e più grave conseguenza dell’arruolamento. Tutti i bambini soldato porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare. L’essere stati testimoni, o l’aver essi stessi commesso atrocità, avrà serie conseguenze non solo nella loro esistenza (incubi ricorrenti, incapacità di riadattamento ecc.) ma nell’intero tessuto sociale in cui essi stessi sono inseriti. La maggior parte di quelli che sopravvivono alla guerra e tornano nel loro ambiente naturale evidenziano enormi difficoltà ad inserirsi nella vita di famiglia, di relazioni, nal riprendere il lavoro o lo studio e solo dopo lunghe terapie riabilitative riescono a ritrovare il loro equilibrio. Infatti l’impiego delle armi, a volte per anni, fa nascere un’abitudine all’abbruttimento e a misurarsi solo con rapporti di forza che condizionano il resto della vita. L’uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche negli altri minori. Se infatti i ragazzi possono usare le armi od essere utilizzati come spie, tutti i bambini verranno guardati con sospetto. Si rischia così che altri ragazzi vengano uccisi, imprigionati, interrogati solo per paura di un loro coinvolgimento con gruppi armati o con l’esercito. http://www.amnesty.it/educazione/formazione/mainstreaming/bambini/soldati.html

dal corriere della sera - on line - dd 22/06/07 - Tre dei principali protagonisti della guerra civile (1991-2002), Alex Tamba Brima, Brima Kamara e Santigie Borbor Manu sono stati condannati a Freetown dal tribunale speciale internazionale misto governo/Nazioni Unite. La pena che dovranno scontare sarà resa nota dalla corte il 16 luglio.I tre uomini sono stati accusati di aver reclutato bambini soldato (si calcola 30 mila su una popolazione di 6 milioni di abitanti), di aver commesso atrocità inumane, come il taglio indiscriminato di mani, braccia e gambe di coloro che erano considerati nemici o comunque disobbedienti ai loro ordini, di stupri di massa, di omicidi sommari e generalizzati. Il tutto per mettere le mani sulle miniere di diamanti sierraleonesi, tra i più puri e preziosi del mondo (i diamanti insanguinati resi famosi dal film "Conflict Diamonds").
Dodici gli imputati tra cui il presidente della Liberia, Charles Taylor, che però è in prigione a l’Aja ed è lì che sarà giudicato, per timore di disordini a Freetown. Tre di essi sono morti: Foday Sankoh, leader del RUF (Revolutionary United Front), il gruppo ribelle che controllava le miniere ricche di gemme, il suo vice Sam Bokarie detto Mosquito, ammazzato probabilmente per non farlo parlare, e il ministro dell'interno del governo golpista cha ha guidato il paese per un anno, Sam Hinga Norman, morto dopo un intervento chirurgico.
I tre condannati (i primi al mondo che pagano per aver reclutato bambini) fanno parte del gruppo di ufficiali, comandato da Johnny Paul Koroma, che il 25 maggio 1997 rovescia il governo civile di Ahmaed Tejan Kabbah e costituisce l’AFRC (Armed Forces Revolutionary Council). L'AFRC immediatamente si allea con il RUF, che già controlla il sud est del Paese e le miniere di diamanti. A smerciare le pietre ci pensa il presidente della Liberia, Charles Taylor, che in cambio rifornisce l'alleanza tra giunta militare e ribelli di armi e munizioni. Nel febbraio 1998 interviene una forza di pace dell'Ecowas (la Comunità Economica dell’Africa Occidentale) che rimette al potere il presidente estromesso, ma le ostilità continuano con il tentativo delle forze ribelli di riconquistare la capitale Freetown. Torna la pace nel 2001 dopo l’intervento di un contingente di truppe inglesi.

Giuro non mangerò mai più da Mc Donalds!!!!! Dentro di me lo sapevo che andare a strafognarsi di panozzi e patatine fritte non facesse moooolto bene, ma la gola (peccato terribile) nascondeva al raziocigno la cosa, soffocandola in "bhè, dai, per una volta...." Ammetto che nei viaggi fatti subito dopo la maturità superiore, quelli in cui si parte "DA SOLE" per città sognate da tempo disperse qua e là per l'Europa con uno zaino da 55 litri sulle spalle (carico solo di emozioni, sogni e tanta voglia di curiosare), MC D., Burger King, etc. erano gli unici posti in cui potevo permettermi di entrare senza vanificare l'intero budget della vacanza ..... uscendo peraltro con la pancia piena.... Credo di aver mangiato almeno 8 volte in 10 giorni da Burger King , quello sotto all'hotel in Picadilly Circus a Londra ... teneva aperto 24h/24 campeggiando l'insegna con luci intermittenti..... una "figata" per una ragazzina proveniente da una regione italiana in cui c'era solo un MC Donald per di più nella Provincia a fianco alla mia...... a 50 Km di distanza!!!! Ieri il film faceva vedere quanti fast food ci sono solo nell'area di Manhattan, vi giuro mi è caduto il mento a terra, non ci credevo...... S B A L O R D I T I V O !!!! Il film in modo molto brillante e deciso parlava del problema dell'obesità, delle lobby, dello stato e delle politiche alimentari seguite nelle scuole, dei raffronti con le porzioni vendute in USA e nelle altre parti del mondo, dei vari apporti calorici ..... insomma di tutto quello che vi può venire in mente correlato all'industria del fast food. Era da molto tempo che ero incuriosita da quel film, ne avevo sentito parlare, ma non lo avevo mai trovato nel negozio dove noleggio dvd, vi consiglio vivamente di vederlo, aiuta a non essere cosi' miopi.... infondo ognuno di noi sa come stanno le cose.... e..... comunque ...... W l'Italia!!!!!
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